la fune nel pozzo

immagine di copertina: francesca palmieri

  • la fune nel pozzo

    brandelli di idee
    che errano in tondo
    mosaico screziato
    nel quale mi specchio
    il dolce e l' aspro
    si mescono fluidi
    compongono insieme
    l' umore introverso
    in cui sono immerso
    e getto la fune nel pozzo
    e quando la tiro su a me
    ne cavo un secchio di malinconia
    compagna difficile e amata
    che mi intrattiene con la sua bellezza
    e mi offre nuove visioni
    mi narra una storia che so mi appartiene
    struggente mi muove e mi tempra
    nel segno di un' anomalia

    rimastico versi
    che intesso in note
    ne sputo gli scarti
    e suggo dai fiori
    in lucide gocce
    le essenze di questa
    soverchia passione
    che come un liquore
    mi brulica in cuore
    e getto la fune nel pozzo
    e poi ritorna da giù
    col secchio che trabocca di follia
    che esca... si, che venga fuori
    sacrale ossessione per tempo scandita
    su un credo di eretici accordi
    diventa un salmo di liberazione
    instaura un nuovo tenore
    che schiude al prodigio la via

    contemplo i tratti
    dell' ardua chimera
    ne brillo i contorni
    finché non li annullo
    vacante il silenzio
    tintinna di echi
    sta l' anima in quiete
    con gli occhii e il viso
    che dentro hanno il riso
    e getto la fune nel pozzo
    e ancora io la chiamo su
    riporta un secchio colmo di allegria
    che sprizza giocosa all' intorno
    porgendosi in dono adesso ha una forma
    e canta trovando il suo tono
    si afferma e conquista il suo posto nel mondo
    effonde la propria alchemia
    come realizzata utopia

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introduzione

Gettare la fune nel pozzo è metafora di un’ operazione di scandaglio interiore. E ciò che ne tiriamo su con il nostro secchio è ciò che risiede nelle nostre profondità. Guardarsi dentro è un atto di conoscenza, una presa di consapevolezza. Qualsiasi cosa vi si riscontri, non va rimossa: è il nostro presente e da lì bisogna partire.
Possiamo trovarvi malinconia, e questa non deve restare repressa: deve raccontare la sua “storia”, ha qualcosa da dirci su di noi. Essa è il punto di partenza: se lo rimuoviamo rifiutiamo noi stessi. Del resto la malinconia era sentimento caro agli antichi greci: secondo la loro teoria, l’ umore malinconico era considerato lo stato d’ animo creativo per eccellenza: definito anche con l’aggettivo saturnino poiché nell’ antichità agli influssi del pianeta Saturno era attribuita la tendenza alla malinconia così come anche all’ introspezione, alla divagazione fantastica e all’ elucubrazione, tutti atteggiamenti che stanno spesso alla base della creazione artistica. Tale umore è in grado di offrirci punti di vista differenti (“nuove visioni”) schiudendoci squarci sulla quotidianità. Il dolore, la tristezza acuiscono la sensibilità, ci fanno vedere il mondo in modo diverso, ci aprono il cuore verso chi soffre e ci rendono meno aridi.
Oppure in fondo al nostro pozzo possiamo trovare follia: follia è ciò che abbiamo in testa, i nostri pensieri, sogni, aspirazioni, che brulicano… Se li coltiviamo diventano veri (instaurano “un nuovo tenore”), altrimenti sono solo vaneggiamenti se non li liberiamo e mettiamo in atto attraverso una dedizione fedele, fervente e costante (“sacrale ossessione per tempo scandita”).
Solo se ci liberiamo di questi fardelli e sbrogliamo queste matasse interiori possiamo arrivare a essere leggeri e raggiungere l’allegria, che viene dall’ appagamento, dalla realizzazione. È un’ operazione alchemica (come esplicita il penultimo verso) che lascia sul fondo la parte pesante e impura per distillare l’ essenza.
Paradossalmente, solo se immaginiamo per una attimo di annullare il nostro io (con le sue aspirazioni annesse) possiamo arrivare ad affermarlo, con la giusta positività, trovando la forma e il tono della nostra espressione, dando corpo e sostanza a quelle che altrimenti resterebbero davvero soltanto farneticazioni della mente.
(apo)

guida all´ascolto

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